26 nov 2010

Postato da in Avventure di una quarantenne, Libri | 0 Commenti

Forty time: tra slanci e bilanci

Forty time: tra slanci e bilanci

Da “Forty. Avventure di una quarantenne tra casa e libri, tra realtà e reality”

L’esordio nei quaranta non inizia certo con squilli di trombe e  tintinnio di campanelli ma con un’altalena tra slanci e bilanci:  la rampa di lancio per spiccare il volo.

C’è un tempo per vivere ed uno per ragionarci su. Un tempo per fare le cose ed uno per rammaricarsene o compiacersene. Un tempo per lamentarsi ed uno per reagire. Ed io, cari miei, sono nella fase B di tutti questi tempi. Sto ragionando su quello che ho vissuto, non mi sto compiacendo troppo di tutto quello che vedo, ed ho una gran fregola di svoltare.
Ma perché tutta questa fregola solo ora, mi chiedo, e perché non prima, o fra qualche anno, quando magari potrebbe apparire anche più giustificata?
Che davvero sia effetto della forma ad U della felicità? O che invece a scatenare questa corsa ai ripari sia semplicemente l’evidenza rappresentata dal numero 40?
Quaranta è più o meno il numero di anni che corrisponde alla metà di una vita mediamente lunga. Ma è anche il limite entro cui si consumano tutti i passaggi più importanti di un’esistenza: gli studi, gli amori, il matrimonio, i figli, i traguardi professionali. E, di solito, a quest’età ognuno sa che cosa farà da grande e ha anche  iniziato a farlo già da un pezzo.
Ed è qui che casca l’asino, ossia io che ai miei quaranta anni ci sono arrivata rincorrendo il sogno di quello che farò da grande..
Da diciotto anni milito come insegnante precaria in quella che una volta si chiamava “scuola media” e che oggi si chiama “scuola secondaria di primo grado”, e da altrettanti anni sogno comunque di fare un altro lavoro. Qualunque altro lavoro passi attraverso la scrittura e possa ritenersi tale in quanto mi consenta di vivere senza farne un altro. Io invece lavoro scrivendo ma mi mantengo insegnando. E anno dopo anno continuo  a camminare nella direzione opposta e parallela a quella verso cui dovrei e vorrei muovermi.
Ci penso e non posso non sentirmi in ritardo sui tempi della vita. I miei pensieri sono superati da eventi opposti e contrari. E lì scatta la fregola.
Allora, come tutti quelli che temono di perdere il treno, per non restare a piedi, allunghi il passo. Intanto ti guardi intorno e ti sembra di non vedere altro che tutti quelli che sono un bel pezzo avanti a te.  Poi guardi avanti e vedi che ti stanno sorpassando anche quelli con le stampelle.
Qualche tempo fa ero davanti alla tele ed ho visto sfilarmi davanti le immagini di alcune testimonial dei cinquant’anni. Ornella Muti, Dalila Di Lazzaro, Anna Oxa, immortalate dall’obiettivo del fotografo completamente nude per una campagna pubblicitaria. Finalità: potenziare l’autostima delle coetanee.
Ma l’autostima delle quarantenni, non ci pensa proprio nessuno a risollevarla? O forse tutte le quarantenni sono già così strafighe, appagate e perfettamente realizzate che non ce n’è bisogno?
Mica vero. Troppo giovani per leccarci le ferite e troppo vecchie per graffiare, godiamo della più splendida indifferenza. E’ la solita fregatura delle età di mezzo. Troppo giovane per godere dell’autorevolezza destinata alla maturità, e troppo vecchia per ambire ad opportunità che ormai sono appannaggio delle ventenni, la quarantenne si aggira in questo medioevo un po’ come Carmen Consoli: confusa e felice.
Felice perché, reduce  dai festeggiamenti di cui sopra e tronfia dei traguardi raggiunti (i soliti studi, matrimonio, lavoro, figli cresciuti…), intravede finalmente il momento di investire su se stessa. Confusa perché, come ci prova,  capisce immediatamente che non c’è trippa per gatti, e che tra il dire e il fare c’è di mezzo un mare.
Ambizioni estetiche? Troppo tardi. Va bene che dove natura trascura arte procura. Ma quel che è perso è perso e, se non vuoi assomigliare a una cera di Madame Tousseau, ti conviene convertirti al natural style e metterti l’anima in pace: bisturi, creme e massaggi possono fare tanto, ma non i miracoli.
Ambizioni economiche? O sei già a posto di tuo o anche per quelle è troppo tardi. Non l’hai messa in banca? No party!
Ambizioni professionali? Troppo tardi anche per quelle. Dovevi pensarci prima. Mentre tu ti trastullavi a fare la mammina modello, e tra pappe cacche e nanne ti sei persa il treno, e al posto tuo sono salite quelle un po’ più sveglie di te.
Magari proprio quelle che oggi ti trovi davanti quando vai a fare un colloquio e dall’alto del loro scranno, hanno potere di vita o di morte sui tuoi spasmodici tentativi di risalire in sella.
Coscia accavallata, sguardo fiero, ti ascoltano con compiacenza da dietro le loro scrivanie, ti trattano di buona mano quando cerchi di fare la brillante, e al momento  di concludere scuotono elegantemente il capino e ti lasciano senza una risposta.
Troppo tardi anche per averne una?
In realtà, al di là di quello che può pensarne mio marito, che vede nel mio attuale fermento interiore i segni di un’incipiente demenza senile, io credo di non  essere mai stata così lucida e determinata come in questo momento.
Sopravvissuta alle veglie notturne, ai vaccini e all’inserimento dei bambini all’asilo, al flagello delle malattie esantematiche e a quello dei colloqui a scuola con i loro insegnanti, oggi posso ritenermi una donna affrancata (si fa per dire) dai gioghi più pesanti della maternità. Una trentina d’anni e passa di buone letture, di studi e di scrittura matta e disperatissima, credo possano bastare per puntare dritto su quello che vorrei fare. E per finire, una serie infinita di porte in faccia e di scivoloni in dirittura d’arrivo, mi hanno tolto ogni dubbio sul miraggio del tutto e subito. Un curriculum di calci nel sedere che praticamente fa di me un pozzo di scienza e coscienza.
Ciò nonostante a sfrecciarmi davanti sono plotoni di ventenni e trentenni, lanciate a palla. Le guardo, rosico e non posso fare a meno di chiedermi se viaggiano con il mio stesso equipaggiamento o se non è proprio questo a fare da zavorra a me.

Ho un cugino, Marco. Ha la mia stessa età, ma in più ha anche un equilibrio e una saggezza che in me talvolta latitano. Sin da piccoli, lui era quello più ragionevole e io la rompipalle. Lui quello bravo a scuola in tutte le materie e io quella brava solo in italiano. Lui quello geniale che scopriva i trucchi dei giochi di prestigio, io quella che non li capiva neanche dopo che me li aveva spiegati. Io quella che sbavava per i giocattoli pubblicizzati dalla televisione e lui quello che a sette anni mi spiegava che se li pubblicizzavano così insistentemente, forse tanto divertenti non erano.
Mio cugino è ancora oggi quello che si può definire uno con tutti gli attributi, e soprattutto è una brava persona. Ergo: è uno dei tanti per cui la gavetta non è ancora finita e a cui il destino non ha concesso sconti. Ciò nonostante lui è meno acido di me. Anche se, in fondo, la sua idea non è poi molto diversa dalla mia: non ci si fila nessuno.
Quella dei quarantenni, dice, è proprio la generazione che manca.
“A rubarci il posto in questa che è la nostra età dell’oro c’è, da una parte una generazione di ventenni e trentenni, spesso impreparata, che serve come prodotto di consumo, e dall’altra una generazione di dinosauri. Una gerontocrazia di insostituibili che un po’ in tutti i campi fanno fatica a mollare la poltrona.” analizza il cugino arguto.
“In altri termini, da un lato dobbiamo beccarci le sgallettate reduci da reality che fanno le show girls o le opinioniste, e dall’altra dovremmo rassegnarci alla sempiterna conduzione sanremese di Pippo Baudo, pronto, come Molière, a esalare l’ultimo respiro in scena?” banalizza la cugina basica.
“Proprio così.” conviene con me il cugino saggio e rassegnato.
Ma io, che non ho né la sua saggezza, né la sua rassegnazione, mordo il freno, scavalco le sue analisi, me ne frego di Pippo Baudo e delle sgalletate, e rimango arroccata sull’unica  idea che ho in testa dall’inizio della conversazione: nel mio presente è arrivato il MIO momento.
Non so bene in cosa consista questo oro a cui allude mio cugino, ma ho idea che possa avere qualcosa a che fare proprio con questa meravigliosa fregola che alla faccia dei miei quaranta e passa mi fa sentire un’adolescente, con il futuro ancora tutto nelle sue mani e la determinazione cocciuta a non mollare e a non buttare via tempo e sogni.
Qualche volta, quando mi capita di recuperare un barlume di lucidità, non posso non chiedermi se parlare così spudoratamente di sogni e del mio futuro di scrittrice come un sogno, alla mia età e con tutto quello che ho già fatto per esserlo, non possa sembrare infantile, patetico. O se non sia magari il caso di sostituire la parola sogno con una serie di sinonimi più concreti e più adatti alla mia età, a cui meglio si addicono progetti, ambizioni, aspirazioni.
Ma poi decido sempre di salvare il sogno.
L’estate scorsa, durante una delle mie lunghe passeggiate sul bagnasciuga, nell’ultimo scampolo di agosto, quando si riesce a camminare senza inciampare nella gente e c’è spazio per riconoscere le persone che hai intorno, rivedo, dopo una ventina d’anni, un mio vecchio compagno di liceo. Piuttosto gnocco, come lo era ai tempi del greco e del latino, e per di più baciato in questi anni, oltre che da una cospicua collezione di belle donne, da una carriera fulminante che ne ha fatto il pezzo più grosso di un importante gruppo finanziario. Baci, abbracci, quattro battute di circostanza e poi gli aggiornamenti su quegli ultimi vent’anni.
Lo ascolto in religioso silenzio senza staccare neppure per un attimo gli occhi di dosso a tutto quel ben di Dio, ma qualcosa non mi torna. Il tono della sua voce e l’espressione dei suoi occhi. Che cavolo ci azzeccavano quell’aria malinconica e quelle parole rassegnate in quel tripudio di successo? Che magari sia già stufo della conversazione? In fondo quello che vede lui è un po’ meno esaltante di quello che vedo io. Volutamente non degno di uno sguardo la lancetta dell’orologio. Lo guardo e lo ascolto, fino a quando non comincio a capire. Io non c’entro niente. E la sua mestizia sarebbe la stessa pure se fossi stata Belen Rodriguez. Almeno a giudicare dal tenore dei suoi progetti:
“Magari tra qualche anno, in vecchiaia, mi ritiro da queste parti e mi metto a fare il contadino”.
Tornare a Recanati a fare il contadino? Che bel progettino di emme, penso tra me e me. Niente a che vedere con lo tzunami dei miei racconti sui miei libri scritti e da scrivere. Sui progetti in rampa di lancio e su quelli naufragati. Forse era molto meglio continuare a sognare.
Avere ancora dei sogni da realizzare, mi stava regalando degli innegabili vantaggi  sul mio amico “arrivato”.
Tanto per cominciare avevo una faccia più allegra della sua. Quella di chi si sveglia tutte le mattine con il desiderio di scoprire che cosa farà da grande, che, superato l’imbarazzo di sentirti un po’ rinco, ti lascia comunque il senso della curiosità per le sorprese in arrivo.
E poi cambia l’ottica. Guardi alla vita come al nastro trasportatore delle valigie all’aeroporto, con lo sguardo vigile per non lasciarmi scappare il tuo bagaglio e la mano pronta ad afferrarlo. Un bel film, un incontro inaspettato, una passeggiata sul bagnasciuga ascoltando l’emmepitre: godi con avidità di qualunque cosa ti regali la sensazione di essere felice. Altro che fare la contadina a Recanati!
E poi… ci sono i libri, quelli da leggere e quelli da scrivere.
Sono loro la mia più grande ricchezza. Fin quando avrò ancora un solo libro da leggere o da scrivere, avrò la sicurezza di non impazzire, diceva la mia prof del liceo. Ed io quella di non desiderare di ritirarmi a fare la contadina a Recanati.
Ho salutato il mio amico con la promessa di risentirci e la certezza che non sarebbe successo, ma con la sensazione fortissima di aver portato a casa molto più di quanto il suo eloquio garbato e  un po’ stitico non fosse disposto a concedermi. Sono sulla strada giusta nel momento giusto.
Torno sotto l’ombrellone e racconto questo incontro a mio marito. Lui mi guarda e sorride, ma mi viene il dubbio che qualcosa gli sfugga. Non sembra convincersi dell’entusiasmo di quella moglie che ha appena scoperto l’oro. Per dargli una dritta sulla nuova aria che tira, gli comunico che può modificare il mio nomignolo di “Superluci” (coniato in omaggio alla mia esuberanza), nel più adeguato “Iperluci”.
“E’ il fascino delle quarantenni” gli spiego, ironizzando sulla mia nuova verve.
Lui annuisce, sembra d’accordo e aggiunge:
“Sì, il fascino del vintage… basta trovare l’estimatore!”

Lascia un commento