5 dic 2010

Postato da in BOUDOIR, FASHION & BEAUTY | 5 Commenti

Forty fashion

Forty fashion

Da “Forty. Avventure di una quarantenne tra casa e libri, tra realtà e reality”

Che mi metto?

           L’abito non fa il monaco ma, grassa o magra, la scelta oculata dell’abito giusto fa sicuramente tanto donna femmina, e il partito del “Che mi metto?” è trasversale alle età e alle misure.
Aveva poco più di due anni la mia nipotina Camilla quando, dopo aver aperto l’armadio, con una felpa rosa in una mano e una fuxia nell’altra, ha notificato a sua madre: “Metto questa”.
Con un’ottantina di anni in più sulle spalle, la mia amica scrittrice Giuliana indossa solo calze autoreggenti sotto a tailleur su misura con dettagli in maculato.“Le indosso da quando ho conosciuto mio marito. Lui odiava i collant, e mi ha sempre impedito di indossarli”.
Passata dall’ammirazione all’invidia, sono poi sprofondata in un mare di rimorso nei confronti di mio marito che non ha mai avuto il bene di vedermi indossare un capo che io non abbia scelto in piena autonomia, e quindi ignorando programmaticamente i suoi desiderata.
Appena sposati mi inviava messaggi subliminali su quello che gli sarebbe piaciuto vedermi addosso. Mi regalava completini intimi che non sarebbero entrati neppure alla Hunziker, oppure abitini di due misure inferiori alla mia. Stai attenta un paio di settimane, poi vedi come ti va bene! Non ci voleva un genio per leggere dietro a quei regali il suo desiderio neppure troppo velato di avere una moglie filiforme. Così ho adottato la consuetudine di ignorare a priori i suoi messaggi subliminali. E lui ha perso quella di farmi regali. 
Quello che c’è in mezzo, tra Camilla e Giuliana, va dai fanatismi delle adolescenti, ai virtuosismi delle cinquantenni. E, man mano che la forbice si stringe,  trova spazio, nel mezzo, la fascia polimorfa delle quarantenni. E nella forty fashion c’è di tutto. Dalla donna di classe, dal look sobrio che sa interpretare in modo elegante o sportivo, a seconda delle circostanze, alla donna che ignora deliberatamente il proprio stato anagrafico esibendo tenute che gli dei punirebbero come un peccato di hubris.
Gli dei ma non gli uomini che in molti casi premiano. Ho ancora negli occhi il look con cui un paio di anni fa la nota conduttrice Paola Perego, indubbiamente grande gnocca ma sulla quarantina inoltrata, ha aperto la conduzione annuale di un altrettanto noto format domenicale, in shorts a rigoni bianchi e blu, modello tenda della casa al mare. A seguire, nelle puntate successive, bermuda su stivali camperos e camicie bianche infilate per metà in jeans rigorosamente strappati sulle ginocchia.
Al di là di quella che dovrebbe essere la solidarietà femminile,  io non nutro alcuna simpatia per il prototipo della “giovane a tutti i costi”, che non rinuncia a niente: dai bermuda indossati anche da abbondanti quarantasei, alle minigonne giropassera trafugate dal guardaroba delle figlie adolescenti.
Ma soprattutto l’eterna ragazzina non si fa mai mancare un paio di pinocchietti.  Odio quei ridicoli pantaloni al polpaccio che, come dovrebbe ricordare il nome stesso, si addicono ad una fascia d’età più infantile di quella di tante ultra quarantenni. Estate o inverno, non vedono l’ora di scoprire la zampetta, e non esitano a presentarsi alla Prima Comunione del pargolo in un fiammante tailleur-pinocchietto rosso Ferrari.
Quest’estate, al mare, ho sollevato la questione con mia cognata, perfettamente a conoscenza di questa mia idiosincrasia per il pinocchietto, costata la vita ad un paio dei suoi color pistacchio. L’ho convertita al mio partito, e insieme ci siamo divertite a fare pelo e contropelo al passeggio del lungomare:
“Tu guarda quella! Con quel culone, altro che pinocchietto… la pigliano per la balena!”
Non c’è stata pietà per nessuna.
Nella mia mappatura della forty fashion ci sono poi altre due tipologie di donna, che questo interrogativo sembrano non porselo più di tanto. Sono l’anziana e l’originale, apparentemente opposte, ma accomunate dal fatto di proiettare la tipa in questione in una dimensione sfasata nel tempo o nello spazio.
Quella dell’anziana, vestita a quarant’anni con capi e colori che potrebbe tranquillamente indossare una donna di settanta, è una categoria che fino a qualche anno fa era piuttosto diffusa anche tra le mie colleghe. In vent’anni di militanza in sala professori rarissimamente ne ho trovate di eleganti, raramente di trendy. In compenso ne ho trovate una quantità significativa di insignificanti, alcune delle quali ad alto rischio di scivolare nell’ultima categoria, quella delle anziane appunto. Queste ultime, in sottane o pantaloni sovrabbondanti di un paio di misure, prediligono tinte che vanno dal verde marcio al beige, fino ad esagerare con il ruggine. Sfoggiano volentieri anche golfini fatti all’uncinetto, sciarpine di seta dalle fantasie minute fermate talvolta da spille in oro scelte tra i cimeli di famiglia.
Che sia colpa dei nostri stipendi parsimoniosi? O sarà colpa dell’antico pregiudizio manicheo dell’opposizione tra il dentro e il fuori?  Di sicuro c’è che, anche il look, è uno dei tanti motivi per cui mi sento così poco prof.
 Non esiste invece un ambito professionale specifico per le originali che vanno dalle etniche, che si vestono di tutto quello che è equo e solidale, a quelle che amano vestirsi a tema. Un giorno da cavallerizza, un giorno da gatta delle nevi, quello dopo da zarina russa, quello dopo ancora da regina del deserto.
Ho avuto anch’io un periodo di questo genere, durante gli anni dell’università. In una stessa settimana ho indossato tre diversi copricapo: una paglia di Firenze, un cap da cavallerizza e un cappello da ammiraglio della marina. Ho mollato il colpo il giorno in cui, con l’ultimo dei tre copricapo in testa, mi sono sentita chiamare “agente” da un vecchietto che arrivava alla mie spalle.
Quanto a me, direi che sono arrivata a quarant’anni sicuramente senza essere un’icona cult del look ma finalmente libera da tante pippe mentali.
Stufa di dare la caccia a capi che smagriscono, e di ripiegare su soluzioni coprenti o sobriamente sfuggenti, ho capito che anziché coprirle mi sarei divertita di più se con le mie curve avessi imparato a giocarci. E poiché come in tutti i giochi, il divertimento sta proprio nell’evasione dalle regole, e nella trasgressione, ho deciso che era tempo che la pantera si liberasse una volta per tutte dalla pancera.
Quella della aspirante pantera è la minaccia che da sempre crea i peggiori scompensi a mio padre, proprietario di un negozio di abbigliamento in cui si sono consumate vere e proprie guerre puniche tra il suo stile sobrio e contenitivo, e i miei slanci  verso il capo grintoso, termine che regolarmente gli scolpisce in faccia smorfie di disgusto.
E la frattura si fa insanabile, specie quando l’oggetto del contendere è il costume da bagno.
Obbligata sin dall’infanzia a castigatissimi costumi interi, non appena sono uscita dalla giurisdizione genitoriale ho ampiamente compensato. Ora arrivo in spiaggia esibendo microscopici bikini che mia madre si limita a definire “scandalosi”, e che mio padre ignora cambiando spiaggia.
Neppure il giro di boa dei quaranta ha riportato buon senso nei miei costumi. La mia scelta cade tutt’oggi esclusivamente su due pezzi, che concedano ampia visibilità al decolleté e non si preoccupino di coprire troppo neppure il resto. La ciliegina sul dolce è poi rappresenta dal vezzo: i miei costumi devono sempre e comunque avere un nastro, una fantasia strana, delle applicazioni che li rendano unici in quanto a poche verrebbe in mente di indossarli.
E’ rimasto nella memoria di molti un mio bikini rosso con il reggiseno completamente ricoperto di margherite bianche e gialle applicate, del tipo di quelle che una volta si trovavano sulle cuffie da bagno per signora. Ho ricevuto un sacco di complimenti per quel costume, usciti da bocche spalancate e da occhi sgranati che non dissimulavano la sorpresa per quel coup de teatre au bord de mer.
Chi invece dalla bocca spalancata è riuscito a fare uscire anche un commento al vetriolo è il mio amico Amilcare che vedendomi sfoggiare sulle spiagge del Kenia l’ennesimo costume vezzoso mi ha ricordato che quello era un posto troppo etnico per i miei… costumi da rumena. Perché, che costumi portano le rumene?
Ma tornando al mio papi, quello che fa più fatica a digerire sono i pezzi sotto con i laccetti. Essendo un tecnico del settore provo a convincerlo della bontà delle mie scelte, rigirando la questione dal punto di vista dell’effetto ottico:
“E’ pura strategia: i costumi più sono ridotti e meno sottolineano le forme. Meno mutanda, meno mappamondo. Capito papi?”
“Un po’ di movimento al piano di sopra distrae l’attenzione su qualche rotolo di troppo al piano di sotto” aggiungo, per riscattare l’esuberanza dei pezzi sopra dei miei costumi… quando li metto.
Sul topless invece  non avanzo alcuna spiegazione. Mi limito ad evitarlo a lui e a tutto il parentame, riservandolo a spiagge più defilate di quelle di Portorecanati.
Mio padre è un uomo generoso e discreto, e in quanto tale generalmente tiene per sé commenti e valutazioni. Ma il suo sguardo dice più di tante parole. Quando entro nel suo negozio solitamente prevede come andrà a finire. Aspetta che io entri in camerino con il capo prescelto in mano, che abbia terminato tutte le manovre per imbucarmici dentro, poi all’uscita, se la prova specchio da ragione a me, glissa con un “Vedi tu”. Se invece ha ragione lui scuote la testa e sussurra disarmato e disarmante: “Ma dove vai?” E il più delle volte non ha tutti i torti. Ma è più forte di me. Entro in negozio e regolarmente mi metto alla ricerca di capi di cui la 46 è l’ultima taglia disponibile prima di sfociare nel trash. Non sempre riesco a starci dentro, ma quando questo accade, quel pezzo è mio.
Quando invece non si tratta di me, condivido con papà un sacco di intolleranze. Entrambi detestiamo la cravatta per le donne, modello Janira Majello, moglie di Luca Sardella, re del pollice verde catodico e del basco rosa confetto in tinta con la cravatta sue e di quella  di sua moglie. Ovviamente detesto anche i baschi: di qualunque foggia e colore, specie quando nascondono dentro i capelli, li trovo dozzinali  e da maschiaccio. Scendendo verso il basso, mio padre mi ha insegnato ad evitare come la peste i pantaloni a zampa: fanno troppo pendant con la larghezza del mio derrière, e in generale donano molto poco anche a quello delle più magre. Detestabili, a mio parere, anche le scarpe con la punta tonda: fanno tanto Minnie e slanciano quanto un paio di doposci pelosi. Stesso discorso per i tronchetti, che come dice la parola stessa, troncano a metà la gamba e conferiscono alla restante parte scoperta una meravigliosoa allure da insaccato.
Nutro infine una grande diffidenza verso la sindrome del gatto con gli stivali per cui, dai jeans ai pantaloni alla zuava, tutto finisce dentro agli stivali. Una mossa sconsiderata che evidenzia il piano superiore e da sempre l’idea che da un momento all’altro si stia partendo per una caccia alla volpe. Anche questa è una attitude che piace tanto a mia cognata, ma visto che le ho già cassato i pinocchietti color pistacchio, sui suoi jeans negli stivali ho deciso di chiudere un occhio.

  1. Barbara scrive:

    … esilarante e pungente!!! Bravissima…. come sempre!!!!

    • Che dici lo troveremo un editore pe questo manoscritto ? Nel frattempo grazie a tutti per dargli ogni giorno voce per parlare, orecchie che lo ascoltino e gambe per arrivare lontano.

  2. Marilù scrive:

    Beata te Lucia che sei riuscita a toglierti la pancera e strafregartene dei giudizi e pregiudizzi degli alti…io invece a 39 anni ancora non riesco a farlo,e quando sono davanti allo specchio e dietro ho il tuo papà(grande uomo)e vedo le sue espressioni..penso ai giudizi della gente,e perciò non riesco a togliere quella maledetta pancera che tutto fa meno che farti sentire femmina!…per non parlare del costume rigorosamente intero.

  3. viva la libertà di essere sempre se stessi, oltre che nell’esprimere le proprie idee anche nel vestirsi e rischiare di essere ridicoli!!!! ma poi ridicoli per chi????? se ci si vede perfetti e belli ai propri occhi perchè preoccuparsi degli altri? poi parlare di classe e buon gusto è un’altra cosa ma viva la fantasia viva il trash il kitsch e il naif eee……viva Giorgio Armani!!!! hahahahaha

  4. Sabrina scrive:

    Il tuo papà è un uomo di gran classe: i suoi suggerimenti sono sempre preziosi ed adatti, di volta in volta, ai suoi diversi interlocutori. Io, pur invidiando molto la tua libertà di espressione nell’abbigliarti e pur non conoscendo il tuo stile, ti direi di non ignorare del tutto i suoi consigli.. Ma forse dico questo perchè io non sono ancora riuscita a fare del tutto pace con il mio fisico, pur avendo superato i 40!
    Però, quando guardo mia suocera che, superati i 70, insacca con disinvoltura magliettine attillate e.. pinocchietti strizzati che valorizzano al massimo i suoi numerosi rotoloni..be’ spero proprio che non mi succeda mai di perdere il senso del decoro e della dignità!

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