30 gen 2012

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Nail addicted

Nail addicted

Navigando su Facebook, leggo sulla bacheca di un’amica di un amico, lasciata incautamente accessibile a tutti, il seguente stato: “Restare a casa dal lavoro fa doppiamente male al mio portafogli: 70 euro di smalti spesi in 10 minuti.” Eccola là, l’ennesima addicted, dipendente dall’unghia performante, perennemente in ordine, lucida e svettante.
Che sia squadrata, leggermente arrotondata, con la vecchia french, nei colori di tendenza (aborro) decorate con stencil o bijox applicati (no comment), l’importante è che il tutto sia il più possibile permanente
Non c’è  una forty che non abbia sperimentato, lei o almeno una sua amica, i vantaggi dei gel che, cotti al forno, garantiscono unghie da gatta per almeno un paio di settimane.
Una conquista, quella dello smalto-gel permanente, passata attraverso anni di sperimentazioni e di evoluzioni della tecnica, con una cronologia di cui nessuna nail addicted sui quaranta ha saltato neppure una tappa.
Tutto è cominciato anni fa con le protesi dette tip: unghie finte da incollare su quelle che ti eri appena finita di mangiare. Delle vere e proprie armi improprie, affilate come sciabole e in grado di trasformarti, nel giro di un’ora, da Ugly Betty in Donna Gatto.
 Poi, alla ricerca di una maggiore naturalezza e leggerezza e per ovviare all’inconveniente di unghie che sul più bello saltano come proiettili, magari durante un importante riunione di lavoro mentre sussiegosa e sinuosa impugni la tua Mont Blanc per siglare un accordo, si è pian piano deciso di virare verso la soluzione della “ricostruzione”. Un termine quest’ultimo, di per sè portatore di una forte carica semantica positiva: si ricostruisce per poi veder crescere in modo autonomo. Questo in teoria, perchè nei fatti tale ricostruzione aveva la leggerezza e la naturalezza di un gambaletto di gesso ad una gamba: unghie dallo spessore di 4 o 5 millimetri, risultato di tante di quelle stratificazioni di gel da rendere necessaria un’operazione di carotaggio per rinvenire lo strato della tua unghia. Tutto ciò finchè a qualcuno non è venuto in mente che in quei fornetti potesse polimerizzare anche qualcosa di meno massiccio e il più possibile vicino all’ormai desueto e obsoleto smalto. Sono così arrivati gli smalti-gel. Un’invenzione che ho salutato con il medesimo senso di sollievo e di liberazione che ho provato quando ho scoperto l’ebbrezza del perizoma dopo le Sloggy.
Sottile come uno smalto comune, permanente come una patacca di sugo sulla camicia bianca, lo smalto-gel permanente prometteva di risolvere tutti i miei problemi: dall’abitudine di mettermi ogni tanto le mani in bocca (guai a correre il rischio di far saltare un angolo di gel) a quello di avere finalmente le mani in ordine senza dover ricorrere nei momenti topici al cerottino diplomatico per coprire il salto di una protesi o la demolizione di una ricostruzione. Salvo poi scoprire che, per far durare questo sottile quanto delicato smalto gel dal costo di 25/30 euro ad applicazione basta un’incauta lavata di piatti e sei nella emme. Da qui è iniziata la “fase del guanto”. Guanti pure per fare il bidet: l’acqua è il peggior nemico del gel, e il gel che salta è il peggior nemico del portafoglio. Ed è a questo punto che il cerchio si chiude, quando scopri che, se dopo una settimana il tuo gel è già sbeccato malgrado tutti i tuoi bidet con i guanti e le prese accorte di ogni oggeto afferrato con la cautela con cui accarezzi un neonato, e devi cominciare a rattopparlo con lo smalto comune, allora tanto vale tornare a quello una volta per tutte.  Sempre pronto nell’armadietto del bagno e sempre disponibile senza doverci fissare un appuntamento. Da pochi giorni ho riabbracciato questa scelta che tuttavia lascia aperta per me un’ultima questione: quella dei tempi di asciugatura. Lo metti e scopri che lo smalto comune è un prodotto “antico”, adatto alla donna nullafacente e prevede un tempo di almeno due ore di completa inattività a seguito dell’applicazione, affinchè l’asciugatura sia completa, sicura e incorruttibile. Se infatti dopo un’ora ti azzardi a prepararti un tè, dì pure che un dito ti resta incastrato nella scatola delle bustine e ti ritrovi con un ‘incisione rupestre sull’unghia e i fumi che ti escono dal naso. Dopo una lunga serie di prove e tentativi, ho finito per stabilire che il momento più adatto all’applicazione dello smalto è la sera, dopo cena, ma un paio d’ore prima di andare a letto. Questo mi permette di evitare il rischio delle piaghe da decupito: quelle pieghette orribili lasciate sullo smalto dal contatto e dallo strofinamento con cuscini e lenzuola. Se superi questa fase sei a posto e te ne vai a letto in pace col mondo ma con un unico grande sogno: quello di ricominciare a mangiarti le unghie!

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