27 apr 2015

Postato da in Fate l'amore con le parole, Libri | 1 Commento

“L’Isola” e la magia dell’imprevedibile nella terra di nessuno

“L’Isola” e la magia dell’imprevedibile nella terra di nessuno

Se siete tra coloro che amano la storia, L’isola, il primo romanzo di Giulio Alberoni (Edizioni Leima), riuscirà ad agganciarvi e a coinvolgervi sin dalla prima pagina. Se invece, come me, siete di quelli che la storia l’hanno studiata, e neppure troppo volentieri, a scuola e lì l’hanno lasciata, dovrete avere la pazienza di arrivare fino a pagina 22 per unirvi al divertimento e scoprire che, nel primi del 1700 nelle acque di Sicilia è spuntata una nuova isola. E intuire che questa non sarà l’unica sorpresa, ma solo la prima, che vi riserverà questo libro e la sua storia interamente giocata tra contrasti e paradossi.
Mentre la nobiltà europea è in subbuglio a causa della guerra di successione spagnola,  un povero cocchiere napoletano, Nicola, sogna conquiste di ben altra natura: un paio di scarpe nuove, un cuscino e un letto di paglia. Ma travolto suo malgrado dalla Storia, si vedrà offrire molto di più: la possibilità di diventare conte dell’isola di Graffa, la piccola isola a forma di krapfen, improvvisamente emersa davanti alle coste meridionali della Sicilia, tra Sciacca e Pantelleria.
Sin da subito scettico e esitante, Nicola sa che probabilmente si tratta di una fregatura. In realtà si sta per imbattere nella più grande avventura della sua vita: un viaggio incredibile e divertente in compagnia di un asinello permaloso, e l’incontro con un imprevedibile quanto incomprensibile naufrago hawaiiano di nome Kanunu.
Man mano che le pagine scorrono la storia si colora di ironia e di garbata comicità, e la forma, con i suoi dialoghi carichi delle inflessioni dei vari idiomi dialettali e stranieri, si fa sempre più agile e accattivante, seguendo un climax ascendente che, da un primo approccio cauto e titubante, mi porta a non staccarmi dal libro fino all’ultima pagina.
Sembrerà forse un po’ strano che io sottolinei con tanto entusiasmo la qualità della forma parlando del libro di un collega (qualità che in realtà si dovrebbe dare per scontata), ma chiunque scriva sa bene che è questo il terreno su cui si misurano le vere capacità di un autore e la riuscita del suo libro: un libro funziona se è scritto in modo tale da tenerti attaccato alle sue pagine dalla prima all’ultima. A prescindere dalla storia. O quando, come in queste pagine, la forma diventa essa stessa la storia, con le parole che passano da una lingua a un’altra, la narrazione che diventa un diario e il monologo che diventa dialogo. La solitudine che si trasforma in un incontro tra lingue e vite diverse e inizialmente incomprensibili. La diffidenza per il diverso in amicizia. L’ignoto in nuove conoscenze.
Un po’ come è successo a me con questo libro in mano: diffidente all’inizio, incuriosita poi, e infine catturata dall’avventura di capire, pagina dopo pagina, che su quell’isola ci siamo tutti, salvo aprire gli occhi e il cuore al nuovo e lasciarcene meravigliare. E scoprire che accogliere un naufrago può rivelarsi un’opportunità, un regalo inimmaginato e inimmaginabile. Lasciando che il nuovo e il diverso ci restituiscano quella parte di noi ancora sconosciuta e che l’avventura continui: dall’isola al tesoro.
Un libro da leggere due volte: la prima per gustarne la storia, la seconda per rintracciarvi la propria. Perché nulla è come appare e ciò che sembra facile può spiegarci la nostra complessità. Perché “le cose a volte sembrano ma non sono. Io sembravo un conte ma non lo ero. Kanunu sembrava un farfariello ma non lo era. Anche l’asino sembrava un asino, invece era un amico. Allo stesso modo quest’isola sembrava la mia isola, ma non lo era. Io non mi sono accorto di nulla, ma evidentemente qualcosa è accaduto”.
Perché il viaggio non sta mai nella meta.

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